Diario di un “folle”
E’ stato pubblicato qualche giorno fa su Repubblica.it le ultime parole scritte sul suo diario da Karl Unterkircher, lo scalatore disperso proprio in questi giorni ..
18 giugno. Da qualche giorno ormai siamo al campo base che si
trova fra due lingue glaciali a circa 4000 metri. Un campo base
semplice da raggiungere. L’abbiamo raggiunto dopo 2 giornate di
viaggio. Il primo giorno su un fuoristrada molto esposto e pericoloso,
raggiungendo così Jail.
28 giugno.
Riesco subito ad addormentarmi e a sognare… dopo un po’ mi sveglio,
sento che il vento si alza e fissando la mia lampada frontale torno
alla realtà! Siamo qui per una “missione”… quella parete… quel
seracco a metà parete… non mi esce dalla testa. Ci vorranno
sicuramente 10-12 ore per salire il seracco, mi chiedo se saranno ore
inutili, ore che ci impediranno la salita? Cerco di riaddormentarmi, ma
la mia mente è confusa da tante domande. La probabilità che il seracco
piombi giù in quelle ore, è minima. Di certo non è una roulette russa.
Però, mai dire mai! Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la
vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave.
Siamo nelle mani di Dio, e se ci chiama… dobbiamo andare. Sono
cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se
veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: “Cosa
sono andati a cercare là? Ma chi glielo ha fatto fare?”. Una sola cosa
è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna
chiama!
13 luglio.
Sono sdraiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non
riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La
parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In
quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita. Un mese
fa quando arrivammo al campo base, questa parete mi fece paura. Le foto
invece, danno l’impressione che faccia parte del mondo delle fiabe. La
parete vista da “Fairy Meadows” si erge con tutta la sua maestosità per
3 chilometri verso il cielo. Ben 9 chilometri di placconata separano la
vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono
le scariche di ghiaccio che mi procurano paura. (…) E’ una missione
pericolosa! Probabilmente affronteremo la montagna come degli
assaltatori di prima fila in guerra. Ma invece delle armi avremmo le
piccozze e i ramponi. (…) Nonostante l’evidente pericolo anche Walter
e Simon sono motivati e convinti di salire. Nella mia mente però, il
fattore della responsabilità, mi procura ansia, pensando frequentemente
a casa, ai miei cari. La cosa migliore onde evitare veramente
sgradevoli imprevisti, sarebbe rinunciare al progetto. (…)
Inshallah!! (Come Dio vorrà )
Quello che mi ha colpito in particolare di queste righe è la paura che lo scalatore ha. Ho sempre sentito dire che in montagna la prima amica di ogni scalatore è proprio lei, ma forse, per ignoranza o semplicemente per mitomania, non ci volevo mai credere. Queste parole ne sono però l’esempio: lassù sei da solo .. Ci sei tu UOMO, insieme/”contro” la natura e nessun altro. Vinca il migliore, o forse sarebbe meglio dire il più forte. E per fortuna, a mio parere, la natura a volte si rivela ancora più forte della razza umana. Il prezzo da pagare però sono vite come quella di Karl Unterkircher: un caro saluto a te .. Sconosciuto “folle” avventuriero così lontano dalla mia vita, ma così vicino ai miei sogni!
Un consiglio: “La morte sospesa”
http://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_sospesa